Storia della bellissima spia Margherita Gross, di Aurelio Cocolla e c. e di Fortunato Picchi.
Dato che mi trovo a Roma, vorrei continuare il discorso su coloro che furono fucilati a Forte Bravetta o furono deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e condannati a morte, riprendendo nomi e gran parte delle notizie da Augusto Pompeo, Forte Bravetta, Odradek ed., ora giunto alla seconda edizione. Vi chiederete perché mi soffermo su queste singole storie, qui senza nulla di particolare, ma esse hanno comunque attratto l’interesse di più persone ed alleggeriscono il discorso.
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Aurelio Cocozza e Francesco Ghezzi.
Ci eravamo lasciati con il povero Antonio Giuseppe Scarpa triestino di famiglia cosmopolita, come allora cosmopolita era la città, condannato a morte, nonostante si fosse distinto, da tenente di vascello italiano, in Etiopia, in quanto ritenuto spia a favore degli Inglesi, e la storia continua con i processi ad altre due spie però a favore della Francia: Cocozza Aurelio, nato a Roma il 17 giugno 1914 e Ghezzi Francesco, furiere della Marina italiana, nato a Milano il 21 novembre 1917.
Così viene descritta l’individuazione di Aurelio Cocozza come spia nell’ articolo di Claudio Rizza intitolato: “Spy stories e altri intrighi”, in: https://www.carabinieri.it/notiziariostorico/notiziario-2018-3.pdf, che farebbe pure comprendere come egli non fosse poi espertissimo. Infatti un giorno del 1939, in un locale pubblico locato nel porto di Genova, un sottoufficiale della marina, mentre stava bevendo con una avvenente signora (1), era stato avvicinato da un uomo che si era presentato come Enzo Rossi, marito della signora, uomo d’affari residente a Levanzo, nelle isole Egadi. Ma invece di adirarsi con lui, che si accompagnava alla sua Signora, aveva iniziato a parlare di affari vantaggiosi che egli poteva proporgli ed aveva acconsentito che egli accompagnasse a casa la donna.
Ma dato che il sottoufficiale di marina era stato prima, per qualche anno, un agente di Pubblica Sicurezza, si era insospettito, e così era corso a raccontare quanto accadutogli ai Carabinieri, che lo avevano messo in contatto col preposto a tali compiti, l’allora capitano del Carabinieri Giuseppe Scordino. Il Capitano Scordino, ritenuta sospetta la vicenda narrata dal sottufficiale, lo consigliò «di proseguire la frequentazione con il Rossi e di dimostrarsi accondiscendente alle sue richieste. Incominciò quindi a indagare sul sedicente uomo d’affari dall’accento francese.
Bastarono poche telefonate perché Scordino realizzasse che non esisteva nessun Enzo Rossi da Levanzo. Si trattava dunque di un’identità di copertura. Scordino mise sotto stretta sorveglianza la coppia sospetta che, ben presto, fu raggiunta nell’albergo dove risiedeva da un’anziana signora proveniente da Roma che si registrò come signora Cocozza. Scordino fece un controllo telefonando alla Questura di Roma che gli confermò l’esistenza di una signora Cocozza rivelandogli anche che il figlio di quest’ultima, tal Aurelio Cocozza, risultava aver disertato dalle armi, qualche anno prima, rifugiandosi in Francia. Scordino si fece spedire una fotografia di Aurelio Cocozza dalla quale risultò chiaro che il sedicente Enzo Rossi altri non era che il figlio disertore dell’anziana signora». (2).
Margherita Gross. (Da: Claudio Rizza, Spy stories e altri intrighi, in: https://www.carabinieri.it/notiziariostorico/notiziario-2018-3.pdf, p. 58).
Nel frattempo, come consigliatogli, il sottoufficiale continuò a frequentare Rossi/Cocozza e la sua sedicente signora, finché egli si fece sempre più diretto nelle sue richieste verso il sottufficiale tanto da arrivare a richiedergli di trafugare il cifrario generale della Marina in vigore in quel periodo per il tempo strettamente necessario a fotografarlo. In cambio, disse Cocozza, il sottufficiale ne avrebbe ricavato un milione di lire». (3). E pure la posta diretta a Rossi/Cocozza era stata intercettata, e così i carabinieri vennero a sapere che l’indomani il Rossi/Cocozza avrebbe incontrato un suo sedicente zio, proveniente dalla Francia, che, secondo le forze dell’ordine era pure una spia già individuata. Così al giorno e ora concordata, Scordino e i suoi uomini, che non avevano perso di vista le due spie, piombarono su di loro sequestrando i documenti e traendo entrambi in arresto». (4).
Cocozza, la sedicente moglie e lo “zio” francese furono tutti tradotti a Roma e interrogati negli uffici del Servizio Informazioni Segrete della Marina. Il Cocozza, in un primo momento, si dichiarò innocente ma poi, successivamente, ammise di essere un agente al servizio del Deuxième Bureau. Egli narrò che «dopo aver disertato ed essere riparato in Francia, le autorità d’oltralpe avevano scoperto i suoi precedenti e lo avevano messo di fronte a tre scelte: essere riconsegnato alle Autorità italiane, arruolarsi nella Legione Straniera o divenire una spia del Deuxième Bureau. Cocozza aveva optato per l’opzione che aveva ritenuto meno spiacevole. (5).
Egli ammise, inoltre, che, subito dopo il suo passaggio al soldo del Servizio segreto francese, era stato inviato, sotto il falso nome di Enzo Rossi, a Taranto dove, con i denari ricevuti, aveva aperto un bar nei pressi dell’Arsenale Militare Marittimo. Grazie a questa attività, Cocozza entrò in contatto con numerosi militari di Marina, due dei quali, un sottufficiale addetto al locale Ufficio Comunicazioni e un marinaio che prestava servizio come stenografo al Comando Marina di Taranto, si erano prestati a passare informazioni riservate dopo aver avuto una relazione amorosa con la moglie dell’affabile barista. (6).
I due marinai traditori furono individuati e tratti in arresto dai Reali Carabinieri del Comando Marina di Taranto. Dopo regolare processo, celebratosi nel capoluogo ionico nel giugno del 1940, solo uno dei militari spie ebbe salva la vita avendo collaborato col controspionaggio; l’altro, invece, fu condannato a morte e fucilato assieme ad Aurelio Cocozza. A differenza di quest’ultimo però, a far fuoco sul traditore in divisa fu un plotone d’esecuzione composto di soli marinai». (7). I due, Aurelio Cocozza e Francesco Ghezzi (8) finirono quindi la loro vita a Forte Bravetta.
Forte Bravetta. Il luogo delle esecuzioni. Queste avvenivano al mattino presto e quindi i condannati non potevano neppure vedere il colore del cielo per l’ultima volta. (Foto di Laura Matelda Puppini, 15 febbraio 2025).
Successivamente venne interrogato il presunto zio del Rossi/Cocozza, ma questi era di altra pasta e, messo davanti a quanto i carabinieri avevano acquisito su di lui, continuò ad asserire di essere un assicuratore e di esser entrato più volte in Italia per recarsi a Napoli dove incontrava regolarmente la signora Moroni. I carabinieri si fecero dare l’indirizzo della signora in questione, si recarono in casa sua dove però ella era assente, e trovarono, nascosti tra la sua biancheria intima, documenti segreti e foto, che stavano ad indicare che era una spia. Quindi quando la Moroni rientrò, trovò ad attenderla i carabinieri e, davanti ai loro puntuali rilievi, frutto della perquisizione, vuotò il sacco. «Disse di essere divenuta spia al servizio del Deuxième Bureau per amore di un francese conosciuto nel 1932 sui campi di sci di St Moritz. Col tempo, l’uomo aveva incominciato a chiederle informazioni sui movimenti delle navi nel porto di Napoli, giustificando questa sua insolita curiosità col fatto che egli stesse scrivendo un libro sulle marine mercantili.
Ben presto Margot si era trovata intrappolata in un gioco più grande di lei, – almeno così narrava- ma quando se ne era resa conto era ormai troppo compromessa. Il suo amante francese, che altro non era che un ufficiale della Marine Nationale in servizio presso il Deuxième Bureau, non avrebbe esitato a denunciarla alle autorità italiane se ella non avesse proseguito la sua attività informativa per la Francia. A Margherita non restò altro che continuare nella sua rischiosa attività di spia che, comunque, i francesi le retribuivano generosamente. Così, per anni, Margot aveva spedito “innocenti” cartoline al suo fidanzato d’oltralpe in cui non mancava di raccontargli della sua passione per i piccoli pennuti.
Dietro innocue frasi come “Ho comprato due cardellini” o “cinque passeri sono volati davanti alla mia finestra”, Margot comunicava, in realtà, al Deuxième Bureau l’arrivo nel porto di Napoli di due sommergibili e che cinque navi mercantili, invece, l’avevano appena lasciato. Il vero salto di qualità come spia, però, Margot lo aveva fatto quando, circuiti i due ufficiali di marina, aveva iniziato a consegnare a Renè, capo maglia delle spie francesi in Italia, le copie fotografiche d’importanti documenti segreti della Marina» (8).
Quindi Margherita Gross, perché sempre di lei si trattava, venne condotta nel carcere di Regina Cieli dove incominciò a collaborare con il controspionaggio, facendo in modo che la rete spionistica per la Francia fosse eliminata. (9).
Questo è quanto risulta dalla ricostruzione storica fatta dai Carabinieri, mentre Augusto Pompeo, che si basa unicamente su quanto reperito all’ Archivio Centrale dello Stato, non ha potuto ricostruire tutta la storia ma solo alcuni aspetti, mancandogli, fra l’altro, il rapporto fra Cocozza e Ghezza. Ambedue, secondo lo studioso romano, furono principalmente incolpati dell’ attacco, avvenuto al porto di Taranto, (dove c’era la base della Marina militare più importante d’ Italia che ospitava le navi dirette in Africa settentrionale e Grecia), alle corazzate Cavour, Duilio e Littorio, ed ad altre due unità navali minori da parte di undici aerosiluranti nemici, inglesi, piccoli ed antiquati. E questo era accaduto l’11 novembre 1940, a guerra già iniziata. (10).
Circa un mese dopo, il 22 dicembre, venivano giustiziati Cocozza e Ghezza, ritenuti i responsabili del passaggio di informazioni al nemico. La rete era formata pure da Antonio Merlini, che era il sedicente zio del Rossi/Cocozza, e da Paoul Fabre, possessore di una macchina fotografica Leica (11) trovata in casa di Margherita Gross dai Carabinieri. (12). Pare, dal testo pubblicato sulla rivista dei Carabinieri, che il pezzo più grosso caduto nella rete tesa dal controspionaggio italiano, fosse però il Vice Console francese a Lipari, Roger Eyaud. (13). Invece per Augusto Pompeo costui, che aveva come nome di copertura ‘Cosic’ non fu mai realmente identificato e vi fu chi diceva che si trattava di un Commissario della Questura di Marsiglia, chi di un funzionario della Prefettura della stessa città. (14).
Una cosa però resta oscura: nel novembre 1940 non esisteva più il Deuxième Bureau, sciolto dalle forze tedesche che avevano occupato la Francia e l’attacco a Taranto, secondo Augusto Pompeo, fu compiuto dalla flotta britannica, partita da Malta. (15).
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Fortunato Picchi, antifascista.
Quindi si giunge all’esecuzione di Fortunato Picchi. Era Fortunato Picchi un toscano, nato a Comeana di Carmignano il 28 agosto 1896. Quando aveva 14 anni, seguì la povera e numerosa famiglia in Val di Bisenzio alla Tignamica di Vaiano dove il padre aveva trovato lavoro come cuoco presso la ditta tessile “Forti” di La Briglia, uno dei più grossi stabilimenti dell’industria tessile pratese. Quindi fu arruolato dal novembre 1915, fu mandato a combattere sul fronte macedone nella prima guerra mondiale dove si comportò «con fedeltà ed onore», secondo il foglio di congedo redatto nel 1919. (16).
Difficoltà familiari e spirito di indipendenza indussero Fortunato Picchi, nel 1921, ad emigrare in Inghilterra dove inizialmente trovò lavoro come cameriere. Nel 1925, dopo un breve ritorno in Italia, venne assunto al ‘Savoy’ di Londra, hotel famosissimo, frequentato dal bel mondo, ed attualmente a cinque stelle, dove riuscì a costruirsi una brillante carriera divenendo vice-direttore del reparto banchetti.
Bisogna sapere che, nei primi anni trenta, la classe politica conservatrice al potere in Inghilterra non nascondeva la sua simpatia verso l’ideologia nazista e fascista, tanto che sir Oswald Mosley nel 1932 aveva potuto fondare la ‘British Union of Fascists’ e re Edoardo VII non nascondeva la sua ammirazione verso il nazismo, ed il governo conservatore britannico svolse poi un ruolo non indifferente nel favorire la vittoria franchista nella guerra civile spagnola. (17).
All’epoca Picchi, che era cresciuto in una famiglia molto religiosa, si definiva cattolico ma non praticante però ammirava molto pure Giuseppe Garibaldi, anticlericale, in cui vedeva un «campione dell’emancipazione dei popoli e uomo politico che storicamente aveva manifestato, pienamente ricambiato, stima ed affetto per l’Inghilterra» (18). Ma per l’Italia fascista aveva una grande pecca: coltivava le sue amicizie più profonde negli ambienti democratici ed antifascisti presenti in Gran Bretagna e non frequentava le sezioni del PNF che, nei primi anni trenta, per l’atteggiamento benevolo delle autorità, sorgevano numerose sul territorio britannico. E questo suo comportamento non mancò di essere debitamente registrato dai consolati italiani, in quanto dava adito a considerarlo un antifascista. (19).
https://anppia.it/antifascisti/picchi-fortunato/
Mentre lavorava al ‘Savoy’ il Picchi viveva a pensione presso la famiglia Lantieri di antiche origini italiane, ed in quel periodo aderì al ‘Free Italy Movement’, un’associazione di antifascisti italiani di varia tendenza politica, costituita nell’ottobre del 1940 dal cattolico Carlo Petrone e che annoverava, fra gli altri suoi dirigenti, Paolo e Pietro Treves, figli di Claudio Treves, uno dei fondatori del socialismo italiano, e Umberto Calosso, una delle più note “voci”di Radio Londra (20).
Picchi lavorò presso l’albergo, guadagnando pure bene, fino all’entrata in guerra dell’Italia fascista, quando con altri connazionali venne precauzionalmente internato all’isola di Man, in quanto considerato come un cittadino di paese nemico. Mentre si trovava in campo di concentramento, secondo Augusto Pompeo gli fu offerto di collaborare con l’esercito britannico ed egli, non sopportando più la reclusione, accettò. (21). Invece, secondo Carlo Onofrio Gori, che riporta quanto riferito da Florence Lantieri di cui il Picchi era stato ospite pagante, all’ uomo, dopo 6 mesi di campo di internamento, fu offerta la possibilità di ritornare al lavoro ma egli preferì, per amor di Patria, passare a combattere contro il nazifascismo. (22). Ma bisogna precisare che se si parla di storia orale, narrata dai diretti protagonisti, è per conoscere in particolare cosa portò singoli individui a fare una scelta o l’altra, non certamente i fatti storici o opinioni personalissime sugli stessi che ormai hanno preso il posto dell’analisi scientifica in ambito storico, promuovendo un uso politico e politicizzato della storia. E scrivo questo per far capire come, essendo morto il Picchi, dire che egli fece una scelta per un motivo o l’altro non è dato importante ma mero confronto di ipotesi.
Ottenuto il permesso di arruolarsi nell’esercito britannico, inizialmente fu inquadrato come sapper (pioniere del genio) poi, nonostante avesse ben 46 anni, entrò a far parte dei paracadutisti sottoponendosi ad un durissimo addestramento sia per quanto riguarda i lanci che all’uso delle armi.
Nel frattempo la Gran Bretagna aveva deciso di portare a termine due azioni belliche ed una era quella di far saltare l’acquedotto pugliese. Così nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1941, dopo una rapida azione di disturbo da parte della RAF, il No. 2 Commando del II Special Air Service (SAS), partito da Malta e composto da 34 uomini, fra i quali Picchi, venne paracadutato tra Calitri, Rapone e Pescopagano. (23).
Augusto Pompeo descrive nel suo volume come avvenne l’azione e come si concluse in modo deludente e con la cattura di tutti i militari che la portarono a termine per una serie di fattori ma chiarendo che il territorio italiano era comunque vulnerabile. (24).
Il Picchi fu catturato ed in un primo momento dichiarò di chiamarsi Pierre Dupont, di nazionalità francese. Ma ben presto il carabiniere che conduceva, si ritiene con i soliti metodi, gli interrogatori, si accorse di trovarsi di fronte ad un italiano. Così, mentre gli altri paracadutisti italiani vennero inviati al campo di concentramento di Sulmona, il Picchi, in quanto cittadino italiano, fu deferito al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato che lo condannò a morte. La sua esecuzione avvenne a Forte Bravetta il 5 aprile 1941. Sappiamo però che già nel 1942, i servizi di propaganda britannica diffusero in Italia un libricino intitolato ‘L’ Italia di domani’. La pubblicazione, opera sicuramente di italiani fuoriusciti, conteneva un durissimo attacco all’Italia fascista in guerra e sulla prima pagina appariva la scritta: “Alla gloriosa memoria di fortunato Picchi, martire del nuovo Risorgimento”. E, sempre secondo Augusto Pompeo, «Picchi è ancora oggi ricordato in Gran Bretagna (e citato fra i caduti “sul campo” della Special Force) dove è definito “Il primo italiano a ritornare in Italia per la sua Liberazione”. (25).
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Per ora mi fermo qui, facendo presente che, relativamente a queste storie, ci sono dei ‘punti di domanda’ che non verranno mai chiariti, neppure chi sia stato a far cadere nella rete del controspionaggio il Cocozza e Margherita Gross, ma in alcuni casi non è possibile ricostruire ogni particolare. Infatti per Augusto Pompeo i principali artefici del controspionaggio furono prima Giovanni Frignani poi Manfredi Talamo, mentre nello specifico il testo di Claudio Rizza indica unicamente Giuseppe Scordino, sempre dei carabinieri.
Giovanni Frignani, prima carabiniere comandante del controspionaggio italiano, poi passato alla resistenza e ucciso alle fosse Ardeatine. (Da: https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime/dettaglio/?id=139).
Inoltre non avendo informazioni sulla rete spionistica al servizio di Inglesi e dei Francesi, ci si domanda se fossero riusciti solo a reclutare persone come il Cocozza e la Gross ed un altro paio, o se la rete fosse stata davvero più fitta ed ancora a noi parzialmente sconosciuta. Infatti da Marco Puppini siamo venuti a conoscere le vicende di passeurs che aiutavano antifascisti a passare il confine francese attraverso le montagne ed io ho narrato pure, anche se per inciso, le vicende della resistenza francese che era organizzata anche sulla base di una efficiente rete spionistica e non in esercito delle montagne, come quella italiana.
Infine ricordo che i corpi dei condannati a morte dai fascisti e dai nazisti, dopo l’esecuzione, venivano in spregio ai soggetti ritenuti colpevoli, ma anche perché le loro sepolture non potessero diventare in futuro luoghi di culto, sepolti in fosse senza alcun segnale, talvolta al di fuori di un cimitero, dove poteva avvenire l’inumazione solo dei cattolici che affidavano la loro anima a Dio ma non certo di vili condannati a morte, il cui giudizio, allora, pareva già scritto dai tribunali umani. Ma, capito questo, in particolare durante la resistenza al fascismo e nazismo, persone anche non coinvolte nella stessa od operative sul terreno, cercarono di avere in qualche modo informazioni sul luogo di sepoltura, se possibile, per avvisare le famiglie, e per il mantenimento della memoria in vista del dopo. Infatti le esecuzioni avvenivano per esempio a Forte Bravetta con i condannati che venivano registrati solo come usciti da Regina Cieli, il carcere di Roma, e spariti nel nulla.
Laura Matelda Puppini
La foto che accompagna l’articolo rappresenta Forte Bravetta dall’interno ed è stata da me scattata in 15 febbraio 2025. L.M.P.
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Note.
(1) La signora, che si presentava con nomi diversi, era in realtà Margherita Gross, austriaca, poi diventata italiana dopo aver sposato un ufficiale della Marina da cui si era, successivamente, separata. (Augusto Pompeo, Forte Bravetta, seconda edizione 2024, p. 103).
(2) Claudio Rizza, Spy stories e altri intrighi, in: https://www.carabinieri.it/notiziariostorico/notiziario-2018-3.pdf, pp. 54-55.
(3) Ibidem.
(4) Ivi, pp. 54-56.
(5) Ivi, p. 56.
(6) La moglie del barista era risultata poi essere sempre Margherita Gros.
(7) Claudio Rizza, op. cit., p. 57.
(8) Da non confondersi con il noto anarchico omonimo Francesco Ghezzi.
(9) Ivi, p. 58-59.
(10) Ivi, p. 59.
(11) Augusto Pomeo, op. cit., p. 104.
(12) Ibidem.
(13) Claudio Rizza, op. cit., p. 58.
(14) Augusto Pompeo, op. cit., pp. 104 – 105.
(15) Ivi, p. 103.
(16) Carlo Onofrio Gori, Vita e morte di un “traditore”: Fortunato Picchi. Un antifascista pratese per lungo tempo dimenticato, in: https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2007/3/33-36_GORI.pdf, p. 33.
(17) Ivi, pp. 33-34.
(18) Ivi, p. 34.
(19) Ibidem.
(20) Ibidem.
(21) Augusto Pomeo, op. cit., p. 106.
(22) Carlo Onofrio Gori, op. cit., p. 34.
(23) Ibidem.
(24) Augusto Pomeo, op. cit., pp. 108- 109.
(25) Ivi, p. 109.
https://www.nonsolocarnia.info/storia-della-bellissima-spia-margherita-gross-di-aurelio-cocolla-e-c-e-di-fortunato-picchi/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/02/20250215_112748-1-scaled.jpg?fit=768%2C1024&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/02/20250215_112748-1-scaled.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIADato che mi trovo a Roma, vorrei continuare il discorso su coloro che furono fucilati a Forte Bravetta o furono deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e condannati a morte, riprendendo nomi e gran parte delle notizie da Augusto Pompeo, Forte Bravetta, Odradek ed., ora giunto...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia

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