Spesso quando parliamo della donna lavoratrice pensiamo ad un lavoro fuori dal contesto familiare, retribuito, ma non sempre fu così. Nel nostro modo di vivere europeo (mi rifiuto di utilizzare il termine occidentale), fino ai primi novecento, la femmina era una specie di proprietà della famiglia, che ne decideva le sorti, se non era una orfanella o rimasta anzi tempo senza un familiare a proteggerla. Ma c’erano e ci sono ancora uomini, mi auguro in numero risicato che usano le femmine del loro nucleo, indipendentemente dall’ età a loro uso e consumo.  

E mi viene alla mente la triste storia della giovane Beatrice Cenci, nata nel 1577 e condotta al patibolo 22 anni dopo, rea di aver ucciso il padre, il conte Francesco Cenci, in combutta con i suoi fratelli e la madre, per aver egli ripetutamente abusato di lei e di sua sorella e per i suoi comportamenti violenti. Ma questo non fu che l’ultimo atto di una tragedia: infatti Beatrice aveva cercato di informare le autorità dell’epoca su quanto avveniva tra le mura domestiche. Ma qualcuno avvertì il conte Francesco, che di fatto esiliò le figlie, Beatrice e Lucrezia, nel castello a ‘La Petrella del Salto’, nel reatino. E qui, con i mezzi a disposizione, e quindi un martello, dopo aver fatto drogare da due servi il padre, tutti i familiari si dettero da fare per eliminare il conte. Infine i membri della famiglia Cenci furono arrestati e giustiziati. Ma a Francesco Cenci, che pur abitava nello stato pontificio, credo non sia mai passato per la testa che non fosse un suo diritto abusare delle figlie. Infine egli si prese la rivincita da morto, perché non solo i suoi figli furono uccisi tranne il più piccolo, ma anche questo fu diseredato ed i suoi beni, confiscati, furono consegnati al Papa. (1).

Guido Reni. Ritratto di Beatrice Cenci. (Da: The Spirit of Beatrice Cenci – A Tale of Terrible Injustice in Ancient Rome | Ancient Origins)

Ma anche ora ci sono dei casi, meno noti però, che salgono agli onori della cronaca, si fa per dire, per il tempo di un battito d’ali di una farfalla, per poi finire nel dimenticatoio: e così veniamo a sapere da ‘Avvenire’ del caso di una giovane quattordicenne che, in un tema in classe, aveva riportato di subire abusi dal padre, una guardia carceraria, poi uccisosi prima del processo (2) e da http://www.agi.it di una banda di padri che avevano creato una chat chiamata “Famiglie da abusi” ove i cinque membri si scambiavano materiale pedopornografico di componenti delle proprie famiglie, anche minorenni mentre subivano abusi. Ed erano tutti maschi italici: uno viveva a Roma, uno abitava a Bologna, due erano di Napoli, un altro ancora di Messina. (3). Ma ditemi un po’ voi…. Spero almeno abbiano dato loro l’ergastolo senza possibilità di uscire più di galera …. E questo solo per citare dei casi di oggi e di ieri, ma credo non siano i soli.

Però è anche vero che, in corso di separazione, una moglie può accusare il marito di violenza su di una figlia, per mera vendetta, e quanto le false denunce di abusi sessuali, specie nel corso di una separazione, siano un facile strumento di lotta, un’arma affilata contro il fu partner e come la cronaca sia costellata di padri innocenti messi in croce con un’accusa infamante. (4).

In certi casi, poi, ci si mettono gli amici di famiglia: vi ricordate la storia di Artemisia Gentileschi? Ella, poi famosa pittrice, fu violentata da un amico del padre, Agostino Tassi, che ella denunciò. In un primo tempo non fu creduta dalle autorità e persino una sua amica testimoniò contro di lei. Durante il processo, Artemia subì vere e proprie torture atte a farla desistere dalla sua denuncia e molte visite umilianti. Infine vi fu chi la additò come donna dai facili costumi, quando invece era una vittima. Infine suo padre organizzò per lei un matrimonio riparatore con Pierantonio Stiattesi, un pittore non di grande levatura, da cui in seguito, per i numerosi debiti che egli aveva accumulato, si separò. (5).

Simon Vouet.  Ritratto di Artemisia Gentileschi. (Da https://bragnomuseum.com/opere/ritratto-di-artemisia-gentileschi/).

Ma anche ora possono accadere fatti di questo tipo. Basta leggere un paio di titoli in rete: “Bambina di 5 anni abusata da un amico di famiglia a Natale. Il papà lo scopre grazie alle telecamere” (6), oppure: “Mia figlia, molestata sessualmente da un amico di famiglia (che ora chiede scusa)” (7), od ancora: “Resta sola in casa con l’amico di famiglia e viene molestata: l’incubo di una ragazzina di 14 anni (8) e “Stupro a Torino, 13enne incinta del padre. Indagata anche la madre che non ha denunciato”. (9).

Ma un tempo accadeva anche in Carnia che giovanette andassero a servizio in qualche famiglia e venissero poi rispedite a casa incinte. «Ed anche prima della mia generazione, nei primi del Novecento, – racconta gna’ Emma – ragazze andavano a servire fuori dal paese, e queste povere giovanette venivano spesso ingravidate dal padrone, e poi venivano rimandate a casa. Così erano i padroni! E queste povere ragazze giungevano a casa e non osavano dire nulla, né dicevano che il bimbo che aspettavano era del padrone, per paura del padrone stesso, non dicevano la verità, solo che chi le aveva gravide e non sposate in casa doveva tenersele e crescere poi il bimbo. Qualcuna di loro poteva anche trovare qualcuno disposto a sposarla, ma altrimenti queste ragazze dovevano tenersi il bambino». (10).

E non a caso, rispetto a situazioni di umiliazione psicofisica, come pure per la mancanza di lavoro e casa, Papa Francesco I ha parlato di ‘cultura dell’indifferenza’ che domina il mondo. (11). Ma bisognerebbe parlare anche del soggettivismo che domina la nostra società e che fa disprezzare gli altri.

Questo non solo per sfatare il mito di ‘Italiani brava gente’ ma in particolare per sottolineare come la mentalità maschile e maschilista che vuole l’uomo poter fare quello che gli pare e piace sia ancora dura da sradicare non essendoci adeguati programmi sociali nel merito. Dalla femmina oggetto di godimento sessuale, corpo senza psiche, ‘Barbie’ bella e piacente’ che rappresenta ancora un mito sociale, passo ora a parlare della donna lavoratrice a livello schiavistico non solo in America Latina dopo l’arrivo degli europei, dove le madri lavoravano talmente che il loro seno si seccava, ed i loro bimbi neonati morivano di fame o nelle piantagioni di cotone, dove un figlio non era tuo, ma del padrone.

‘Gna Emma. Foto di Laura Matelda Puppini.

Io mi ricordo, e voi forse vi ricordate, cosa mi hanno narrato, sulla vita delle donne carniche, alcune brave persone di Rigolato? Gna’ Emma ci ha raccontato che, fin da bambine, lei e sua sorella Elsa dovevano alzarsi presto per lavorare nei prati con la madre e, sulla strada del ritorno, si fermavano a fare legna od a raccogliere erba per la vacca (non si doveva mai rientrare con la gerla vuota!). E poi c’erano i lavori di casa: cucinare, lavare, pulire stirare, vedere dei bimbi piccoli, che venivano pure portati in montagna, nel periodo dello sfalcio, dentro la gerla, e tutto questo fra una gravidanza e l’altra. In particolare poi, ci ha raccontato sempre la stessa fonte, quando gli uomini rientravano annualmente dall’ emigrazione, le mogli andavano loro incontro a Mieli, capolinea della corriera, per prendere loro il bagaglio e portarlo a casa. «E gli uomini erano ‘pieni di fame’, e quando si trovavano a Mieli erano in due, e quando arrivavano a casa erano già in tre! Andavano tra i ‘crets’ e … Ed alla più lunga, andavano a letto, la prima notte dopo il ritorno, in due e si alzano in tre. E nove mesi dopo era tutto un battezzare». (12).

Quando gli uomini erano all’estero, le donne restavano da sole per qualsiasi evenienza, ed ecco, alla fine, come ha ricordato Romano Marchetti nelle sue memorie, a Maiaso comparire ceppi familiari con un riferimento femminile: ‘Chei di Beta’, ‘Chei da Blancja’ ‘ Chei di Menia’, Chei di Tranquilla’, ‘Coleto da Cjastelana’ (13), cioè la casata di Elisabetta, quella di Bianca e quella di Domenica, e ‘Nicola della Castellana’, forse indicativi per famiglie in cui la discendenza maschile era terminata o rimaste solo con la presenza femminile. Perché poteva accadere che i mariti non rientrassero e magari si facessero un’altra famiglia all’ estero, come ci ricordano sia il testo della canzone di Gigi Maieron ‘ La neve di Anna’ che il racconto di A. da me pubblicato. Non vedendo ritornare il marito, che poi si saprà esser rimasto senza soldi, la donna voleva andare a cercarlo in Francia, seguendo però le indicazioni pratiche del parroco del paese che le aveva consigliato prima di partire, di avere i soldi per l’andata e per il ritorno da sola, il che la dice lunga sulle situazioni familiari che un sacerdote poteva vedere nello svolgimento del suo servizio. (14).

Ed il prete le aveva narrato questa storia per renderla consapevole di quanto avrebbe potuto trovare: «Nel paese dove sono nato c’è un signore, che abita vicino a me, che mi ha raccontato che c’era una signora che è andata a cercare all’estero suo marito, che non si faceva più vivo. Questa povera donna aveva due bimbi a casa, e li aveva lasciati con i suoi genitori. Ed ha scelto lei di andare a cercarlo, come volete fare ora voi. E quanto è giunta al paese dove si trovava suo marito ha cercato la casa dove viveva e si è presentata. Ma si è presentata mentre si stava svolgendo una festa, un battesimo, e vi era una tavola imbandita piena di parenti. E proprio sul più bello è giunta lei.

Tolmezzo. Monumento alla donna carnica da: http://www.donneincarnia.it/ieri/portatricicarniche.htm

Lui l’ha accettata senza batter ciglio, ha detto ai presenti che era una parente, una cugina, tanto lei non capiva perché non conosceva la lingua, l’ha fatta sedere a tavola, ed hanno mangiato tutti insieme. A fine pasto, le ha detto: “Andiamo a fare due passi”, e lei ha accettato. E sono usciti dalla casa, uno accanto all’altra, e, strada facendo, lui ha preso la via che conduceva alla stazione. E giunti alla stazione le ha detto «Sai, tu sei venuta a cercarmi, ma io non penso di ritornare più in Italia. Sei giunta proprio mentre si stava svolgendo la festa di battesimo del bimbo che ho avuto qui, credo tu lo abbia capito.  Pertanto torna a casa, ma hai i soldi per il viaggio di ritorno?» Lei ha risposto che aveva qualche soldo, e lui le ha detto che, se non avesse avuto nulla, le avrebbe fatto fare il salto del ponte.
Allora lei si è spaventata, lo ha implorato di non toglierle la vita, e gli ha detto che forse le mancava qualche spicciolo per il biglietto, ma che avrebbe cercato di recuperarlo. Allora lui le ha dato il denaro mancante per il viaggio di ritorno, e l’ha accompagnata fino al vagone, e l’ha aiutata a salire sul treno. Così lei è tornata al suo borgo, ed ha raccontato tutto ai paesani ed al prete». Ah, signora Laura, quante ne toccano, nella vita!

«Vedi di non tornare indietro anche tu così – ha continuato il sacerdote – e vedi di calcolare, per il viaggio, i soldi per l’andata e per il ritorno. Tuo marito non ha soldi da darti – ha continuato – perché vive in mezzo al fango, e non vorrei che ti facesse fare, se non hai denaro a sufficienza, una brutta fine». (15).

Infine ci ha raccontato gna’ Emma, «se un uomo sposato non ritornava, sua moglie non poteva risposarsi, questo va da sé, e in genere neppure le vedove si risposavano, a meno che proprio non si trattasse di qualche giovane o di qualche donna che avesse avuto pochi figli». (16).

E così mi ha sintetizzato Lilia Fruch, di Rigolato come ‘gna Emma Pellegrina: «Le donne lavoravano tanto, lavoravano tanto perché non avevano gli uomini in casa ed allora dovevano fare tutto da sé…. Andavano per i monti e facevano tutto ciò che serviva. (…) segavano, tiravano vicino il fieno, facevano i campi, i prati, nella stalla, facevano di tutto le donne facevano anche il lavoro degli uomini. E (facevano) la legna. (…) Qui solo lavorar, per dir la verità. E noi si prendeva i terreni in affitto in montagna, o a mezzadria ma anche a tre quarti …anche ad un terzo e ad un quinto, a seconda di dove erano i prati. (…). Era una bella fortuna trovare il prato in affitto e si andava oltre las cretas a segare». (17).

Ed ancora Emma: «Gli uomini tenevano un po’ troppo le donne come bestie. Non avevano grande considerazione, le trattavano come muli da soma. La donna doveva dipendere dall’uomo, l’uomo comandava alla donna e poi lei doveva trasmettere gli ordini ai figli. (…). C’erano anche famiglie dove stavano cinque, sei nuore, e dovevano vivere insieme. Erano tutte piene di figli, mangiavano quello che potevano e tiravano avanti con una povera scodella di minestra […] e pativano la fame poh! Povere donne che erano ridotte che non riuscivano neanche a trascinarsi dietro le gambe! Anemiche, solo così poh… vivere alla buona, altro che balle!» (18). Ma era importante, allora, per l’uomo che la donna scelta sapesse lavorare, fosse una lavoratrice, e non importava molto, allora, se una ragazza era bella o no. (…)». (19). «Comunque in genere gli uomini erano tutti operai e le donne contadine, ed era importante trovare un uomo che avesse un lavoro. E più l’uomo lavorava, più ci si riteneva onorate e fortunate, che pareva di andare in Paradiso se si aveva tanto lavoro». (20). E se il marito era lontano, poteva essere il suocero a decidere per la nuora, anche sulle spese.

Donna carniche portatrici. (Da: Il ruolo delle donne nella Grande Guerra: incontro in prefettura a Perugia | umbrialeft.it) Ricordo, al di là di ogni retorica, che sopratutto giovanette facevano questo lavoro per guadagnare qualcosa, dopo una selezione feroce da parte militare. Ed i soldi andavano a finire al padre od al marito. La povera Mentil, che lasciò la vita sui monti per fare questo mestiere, lo faceva perchè il marito era morto ed aveva bimbi da sfamare. Non si sa perché, poi, anche ora la donna carnica è solo ricordata nella sue versione di bestia da soma, quasi fosse così una eroina.

E queste situazioni, che qualcuno chiama tradizionali, ma in questo caso la tradizione non è certo da approvare o giustificare, parlano di sottomissione, di patriarcato, parola usata da Elena Cecchettin, sorella della povera Giulia, correttamente. Perché se qualcuno ha obiettato che il patriarcato è sepolto, non lo è in quella forma che vede il maschio voler dominare nella coppia, voler decidere per ambedue, voler imporre.  In realtà sono esistite culture ove la donna era valorizzata, per esempio quella celtica o dei pellerossa, ma furono gruppi minoritari, cancellati dagli europei che imposero anche nelle terre del West, dopo averle conquistate, il concetto sia cattolico che protestante della donna possesso e sottomessa al maschio.

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Il riscatto femminile nasce nel mondo francese ed anglosassone, ed è figlio del socialismo e dei movimenti liberali e libertari. Ma siamo già agli inizi del Novecento.

Correva la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, quando, sull’onda della rivoluzione francese, iniziarono a svilupparsi, in Francia, i primi movimenti femminili che cercavano di ottenere per le donne gli stessi diritti che per gli uomini. Essi ebbero il loro fondamento nella presentazione, da parte di M.me de Keralis, all’Assemblea Rivoluzionaria, del Cahier de Doléances des femmes, che può essere considerato come la prima richiesta di riconoscimento dei diritti delle donne, e nella pubblicazione, da parte di Olympe de Gourges, del romanzo “Le prince philosophe”.

E nello stesso periodo anche il mondo in particolare borghese femminile inglese iniziò a richiedere diritti pari ai maschi, a non volere la donna relegata al ruolo di ‘donna di casa, madre e sposa” ed a domandare a gran voce il diritto di voto. Nel 1792 Mary Wollstonecraft pubblicò uno scritto dal titolo: “A Vindication of the Right of Women”, ed infine, ne 1835, le donne riuscirono a conquistare il diritto di voto alle elezioni locali. Ma la strada era ancora lunga. Però vi furono anche uomini ‘illuminati’, nel senso che seguivano i principi della rivoluzione francese, che sostennero le rivendicazioni delle ‘suffragette’, e fra questi la storia ricorda John Stuart Mill, famoso filosofo inglese liberale e liberista, che, nel 1869, scrisse un saggio intitolato: “La servitù delle donne”, influenzato, pare, dalla moglie con cui si confrontava. (22). E senza pure l’appoggio maschile anche se sporadico, credo che nessuna rivendicazione sarebbe andata a buon fine.

In un mondo in cui le donne, ricche o povere che fossero, dovevano essere sottomesse, nel 1903, alcune di esse, in Inghilterra, fondarono l’Unione sociale e politica delle donne (WSPU)”. Tutto incominciò nella casa della famiglia Pankhurst, dove viveva Emmeline Goulden (23), che aveva sposato Richard Pankhurst, la quale organizzò un piccolo raduno di donne. Emmeline era nata il 14 luglio 1858 a Manchester, da una famiglia colta e politicamente radicale. Naturalmente quel raduno per incominciare a parlare della condizione sociale femminile non avrebbe potuto aver luogo se anche Richard, che era un avvocato socialista, non fosse stato consenziente e non avesse condiviso, in particolare, la richiesta del voto alle donne. Non solo: egli era stato l’autore delle norme sulla proprietà femminile, approvate nel 1870 e nel 1882, che consentivano alle donne di mantenere i guadagni e la proprietà acquisite prima e dopo il matrimonio senza che passassero tutte la marito. (24). Pertanto possiamo dire che le rivendicazioni per i diritti alle donne nacquero sia da istanze liberiste che socialiste, da rappresentanti di ambo i sessi.

Richard Pankhurst. Immagine di Arthur Reston. (Da: RichardPankhurst1879 – Richard Pankhurst (politician) – Wikipedia)

Ma vorrei qui soffermarmi solo un attimo sul quasi sconosciuto ai più Richard Pankhurst, che non solo si batté per i diritti alle donne ma pure per la libertà di parola; per una educazione laica per tutti; per una forma di governo repubblicana e non monarchica; per l’indipendenza dell’India; per la nazionalizzazione delle terre, per la privazione del potere temporale alla chiesa inglese, per l’abolizione della Camera dei Lords. Ma egli creò anche la prima “Società Nazionale per il voto alle donne” e fu il padre della legge che sanciva, come già scritto, il mantenimento della proprietà acquisita prima del matrimonio, alla donna, senza che passasse al marito, dando notevole diglnità alla parte femminile della società inglese. Ed erano tali le sue rivendicazioni che venne chiamato : il dottore rosso”.  (25).

Inoltre formò, con altri e con la moglie Emmeline, la “Lega per il diritto di voto alle donne” (in Inglese: Women’s Franchise League) a cui aderirono anche il drammaturgo George Bernard Shaw, William Morris, poeta e artista, Keir Hardie, “profeta ed evangelista” del Labour Party, e da Annie Besant, filosofa e teosofa. (26). Massone, Richard fu pure uno dei membri fondatori della Loggia inglese San Giorgio. (27).

Ebbe dalla moglie, Emmeline Goulden, di 24 anni più giovane di lui, cinque figli, di cui divennero note suffragette, come la madre: Silvia, anche nota artista e scrittrice, socialista, e Christabel Pankhurst (28). Era presente con la moglie al sabato di sangue a Trafalgar Square, quando, il 13 novembre 1887, avvennero scontri violenti tra migliaia di persone che protestavano a causa delle difficoltà economiche crescenti e le guardie del Regno Unito. Ma certamente tutte queste situazioni anche di pericolo non fecero bene alla salute di Richard, che morì per un’ulcera allo stomaco nel 1898. (29).

Ma prima ancora della morte del marito, di cui condivideva le idee, Emmeline Goulden Pankhurst divenne la più nota esponente inglese per i diritti delle donne, la più nota tra le suffragette, e dirigente del movimento che aveva contribuito a creare.

Emmeline Pankhurst con il figlio Harry. 1890. (Emmeline Pankhurst – Wikipedia. Non noti diritti di copyright).

Nel 1889, Emmeline fondò, insieme al marito, la Lega per il diritto di voto alle donne, per ottenere il voto almeno per quelle sposate, nel 1903 fu fra le fondatrici dell’Unione Politica e Sociale delle donne (WSPU), un’organizzazione che ottenne gran notorietà per le attività che svolse. Per la prima volta le donne che vi aderivano vennero chiamate ‘suffragette’.  Anche Silvia e Christabel seguirono le orme della madre e gli insegnamenti del padre. Delle due la più famosa è Silvia (Estelle Silvia per l’anagrafe), comunista, che, militando nel WPSU, si dette da fare per organizzare un movimento di lavoratrici nel Nord est di Londra. La sua visione dell’attività della madre e della sorella come rinchiusa e finalizzata unicamente alla classe alto e medio borghese, dimenticando le donne proletarie, oltre al rifiuto di Silvia di aderire, nel 1914, alla politica governativa di tregua dalle manifestazioni a sfondo politico sociale in tempo di guerra, sposata da Emmeline e Christabel, le causò la rottura con chi guidava il gruppo delle suffragette nella sua terra. Inoltre sostenne la Rivoluzione Russa e l’indipendenza dell’Irlanda, lottò contro la politica colonialista, basata sulla forza, nell’ Impero Inglese, fu antifascista e fu al fianco del popolo etiope contro l’occupazione italiana. Fu la compagna del giornalista anarchico Silvio Corio, fino alla sua morte e da lui ebbe un figlio. Artista capace ed affermata, oltre che scrittrice di numerosi testi, a lei si deve la spilla che indossavano, con orgoglio, le donne che, per la loro attività politica per sostenere i loro diritti, erano state imprigionate nella prigione di Holloway, e fu pure l’autrice della tessera di affiliazione al WPSU.  (30).

Emmeline, con le figlie Christabel, al centro, e Silvia guardando a destra, nel 1911. (Autore ignoto. Foto non coperta da copyright. Da: Sylvia Pankhurst – Wikipedia).

Va precisato che la vita delle donne che si batterono per una parificazione dei diritti femminili a quelli dei maschi non fu facile e vennero imprigionate, subirono violenze ed umiliazioni, pestaggi, cariche dei gendarmi, ovunque avessero luogo. E subirono tutto questo anche Emmeline e le sue figlie. Come molte suffragette, Emmeline fu più volte arrestata ed iniziò per questo pure uno sciopero della fame in prigione, con conseguente alimentazione forzata violenta.  Nel 1913, in risposta all’ ondata di scioperi della fame nelle carceri, il governo adottò una tecnica che venne chiamata ‘del gatto e del topo’. Gli e le scioperanti venivano rilasciati per poi essere riarrestati non appena ritornavano in forze. (31).

Le più famose suffragette, cioè donne che hanno lottato o si sono adoperate per ottenere la piena dignità delle donne in ambito sociale in Europa, sono state: l’inglese Emily Davison; Emmeline Goulden Pankhurst, già ricordata, la scozzese Marion Dunlop, l’americana Alice Paul, quacchera, Christabel Harriette Pankhurst inglese ma trasferitasi poi negli Usa, già incontrata in questa storia e figlia di Emmeline, Millecent Garret Fawcett inglese, Silvia Pankhurst, figlia di Emmeline e di cui ho già scritto; Anna Kuliscioff, russa vissuta anche in Svizzera ed altri luoghi che, ad un certo punto, si unì ad altri giovani russi vicini alle idee di Michail Bakunin, nella cosiddetta “andata verso il popolo”, medico e ginecologa, e compagna pure di Filippo Turati. Ma sono solo alcune di quelle che andarono avanti in ‘una direzione ostinata e contraria’ alle tesi sostenute dal patriarcato sociale, fra carcere, botte, ingiurie, accanimenti e umiliazioni.

Emmeline Pankhurst viene arrestata davanti a Buckingham Palace mentre tentava di presentare una petizione al re Giorgio V del Regno Unito nel maggio del 1914. (Foto datata 21 maggio 1914. Autore ignoto. Da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mrs_Emmeline_Pankhurst,_Leader_of_the_Women).

E non si deve dimenticare che i movimenti per i diritti della donna nacquero e sorsero nel mondo anglosassone e negli Usa. Qui la lotta per i diritti delle donne ha avuto nel tempo varie fasi, ma io vorrei ricordare la prima, quello delle pioniere. In Usa (come nella ‘civilissima’ Europa) le donne sposate non potevano tenere la paga ottenuta con il loro lavoro, né patrimonio alcuno né proprietà privata, ed erano, pertanto, obbligate sempre a rivolgersi ai loro mariti. Non avevano diritto ad accedere all’istruzione ed a carriere professionali e per la maggior parte delle comunità ecclesiali venivano considerate inferiori ai maschi. (32).

Nel 1840, si incontrarono due donne: Elizabeth Cady Stanton e Lucretia Mott, alla “Convenzione mondiale contro la schiavitù” a Londra, insieme a molti uomini. Ma esse, a differenza di questi, non vennero fatte sedere in quanto femmine. A questo punto, le due, per nulla intimidite, chiesero di poter parlare della condizione femminile e la proposta venne accettata. Quindi, in quella sede, si giunse alla “Dichiarazione dei sentimenti”, redatta dalla Stanton, che sottolineava i mancati diritti delle donne rispetto agli uomini, che fu sottoscritta da 68 femmine e 32 maschi. 

Due settimane dopo fu organizzata una “Convenzione sui diritti delle donne” a Rochester (New York); questa fu seguita da altre convenzioni statali e locali in Ohio, Pennsylvania e New York. La prima convenzione nazionale per i diritti femminili venne tenuta a Worcester (Massachusetts) nel 1850, ne seguirono altre, sino alla guerra di secessione. Però Alla fine del XIX secolo solamente alcuni degli Stati Uniti d’America occidentali avevano concesso alle donne almeno il pieno diritto di voto, ma erano riuscite, però, a raggiungere vittorie significative, acquisendo nuovi diritti in settori come la proprietà e la custodia dei figli. (33).

Donna arrestata ad una manifestazione. (Da: Le suffragette, in: htpps://view.gennialy.com).  

Nel 1866 venne fondata la “American Equal Rights Association”, che sosteneva il suffragio universale, nel 1869 il Wyoming divenne il primo territorio statunitense a concedere alle donne il diritto di voto. Nel 1870 Louisa Ann Swain divenne la prima donna negli Stati Uniti a votare in un’elezione generale; espresse il proprio voto il 6 settembre a Laramie. E da allora le azioni per ottenere il voto per le donne aumentarono sul territorio statunitense, mentre venivano fondati più movimenti con questo fine. E se nel 1878 al Congresso americano, il voto alle donne non riuscì a passare, nel 1920 il XIX emendamento fu ratificato, dando in tal modo alle donne il diritto di voto in tutto il territorio federale. (34).

In Italia non è esistito un vero e proprio movimento come nei paesi anglosassoni per il voto alle donne, secondo me, anche se non si possono dimenticare Anna Maria Mozzoni o Gualberta Alaide Beccari (35). Ma tendenzialmente chiesa e fascismo costrinsero la donna, rigorosamente maritata, nel ruolo di sposa e madre ed ai fornelli, e dobbiamo ringraziare la resistenza ed i partiti di sinistra e liberali se ora noi donne abbiamo il diritto di voto, che però, ultimamente, è stato privato del suo valore dalle anacronistiche leggi elettorali che la nostra Nazione ci ha rifilato, siglate ed approvate da chi la democrazia non la vuole davvero, secondo me.

Inoltre pare che la società europea ed americana stiano tornando indietro, di fatto, come i gamberi, sulla parificazione della donna all’ uomo, in una società dove il numero di femminicidi aumenta sempre più, la violenza maschile verso il femminile è in aumento in una società che ha fatto della violenza un mito, le donne sono, allora come ora, spesso escluse dal lavoro a causa della maternità, la ‘Barbie’ è il nuovo modello femminile, troppo spesso la donna si trova in un modo o nell’altro a dipendere dall’ uomo, ed i lavori che svolge, come sempre accaduto, sono spesso i meno pagati ed i più usuranti.

E dopo aver ricordato che non è il fatto che un presidente del consiglio, un paio di vertici europei o una vice presidente americana siano donne che fa la differenza, come dicevano della segretaria di stato di Bush Condoleezza Rice, se la politica e gli atteggiamenti sono gli stessi del capo, vorrei chiudere questo articolo con le parole di una deputata, l’onorevole Gilda Sportiello di M5S (36) che mi sono piaciute: «Venendo qui, ho visto le mimose nei corridoi di Montecitorio. Vi dico: tenetevele. Tenetevi le mimose, a noi date i consultori, date il diritto all’aborto, dateci gli asili, dateci il lavoro, dateci i ruoli che ci spettano, dateci una reale lotta contro le violenze di genere, l’educazione effettiva e sessuale nelle scuole. Questo è quello che vogliamo, questo è quello che difendiamo, ma non ci rimettiamo a difendere quello che c’è già, noi rivendichiamo tutto quello che ci spetta.

Manifestazione per il voto alle donne a New York City. 1912. (Da: Femminismo negli Stati Uniti d’America – Wikipedia).

C’era chi, all’indomani delle elezioni vinte da Meloni, diceva: “Ma sei donna, perché non stai festeggiando? Finalmente una di voi ce l’ha fatta”. E noi lì a dire “Guarda, non è che perché Giorgia Meloni è una donna, allora farà e lotterà per i diritti delle donne, perché Giorgia Meloni ha come casa sua e come sua cultura l’estrema destra. Perché Giorgia Meloni non è una femminista e, anzi, lei rimarca di essere lontana dalle istanze femministe, istanze che sono inarrestabili, checché ne voglia la Presidente Meloni». E quindi ha continuato dicendo che se per qualcuno va tutto bene in ambito femminile, lo vada a dire a quelle donne che si sono licenziate dal lavoro per i figli, perché non ce la facevano, o sono state licenziate forzatamente dopo aver deciso di diventare madri. Lo vada a dire a chi ha ascoltato consiglieri comunali dire che una donna è una donna soltanto quando ha un figlio o magari che, quando ha un figlio, non può occupare ruoli pubblici; a chi lotta quotidianamente e fa i salti mortali per arrivare a fine mese; a chi si sente abbandonata dallo stato perché non ha una rete di welfare e non può garantire neanche il sostentamento alla propria famiglia; a chi ha subito violenze, ed a quelle a cui non viene riconosciuto debitamente l’impegno  sul luogo di lavoro pur lavorando il doppio dei colleghi maschi, e pur avendo superato i percorsi di studi con risultati migliori. Perché questa è per lo più la realtà femminile e chi non vede queste cose vive in un mondo parallelo.

E per comprendere quanto maschilismo ci sia ancora in Italia e nella politica, vi invito a leggere il mio: L’universo femminile visto da Berlusconi e c. La via per una rinascita della donna nella mentalità maschile italica preponderante è ancora lunga e difficile. Oltre gli altri articoli dedicati al femminile in questo sito.

E chiudo questo articolo scritto per l’8 marzo, festa della donna, con un motto delle prime femministe:

 “Deeds not words”. “Fatti non parole”. (37).

Laura Matelda Puppini.

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Note.

  1. https://www.skuola.net/storia-moderna/cenci-informazioni-biografiche-nobildonna-romana.html
  2. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/denuncia-il-padre-di-abusi-nel-tema-di-italiano-lui-si-impicca
  3. https://www.agi.it/cronaca/news/2021-11-27/banda-padri-pedofili-si-scambiavano-foto-erotiche-figli-14699988/.
  4. http://lnx.ispitalia.org/archives/article/quando-il-lupo-cattivo-e-papa-o-mamma. Cfr. anche: https://www.infobae.com/it/2022/03/17/false-denunce-nei-conflitti-familiari-cosa-li-motiva-e-quali-conseguenze-lasciano-sulle-vittime/.
  5. https://artaut.com/artemisia-gentileschi-biografia-di-un-genio-dimenticato/
  6. https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/bambina_5_anni_abusata_terni_natale_papa_telecamere-8562988.html
  7. https://www.famigliacristiana.it/articolo/molestie-tra-i-giovani-e-come-aiutarli-a-superare-il-dolore-.aspx
  8. https://www.veronasera.it/cronaca/verona-violenza-sessuale-molestie-minorenne-14-anni-amico-famiglia-condanna-1-anno-sei-mesi.html.
  9. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/03/19/stupro-torino-ragazza-violentata-padre
  10. Alido Candido, Laura Matelda Puppini. Intervista a gnà Emma. In che volto, a Rigulât … Seconda parte. In: www.nonsolocarnia.info.
  11. https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-12/papa-francesco-intervista-donne-abusi-casa-dialogo-invisibili.html.
  12. in www.nonsolocarnia.info: Alido Candido, Laura Matelda Puppini. Intervista a gnà Emma. In che volto, a Rigulât …Prima parte.
  13. Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML e Kappa Vu, 2013. Per ‘Chei da Blancja’ e per ‘Chei di Tranquilla’ vedi p. 344; per ‘Chei di Beta’ vedi p. 345. Per ‘Chei di Menia’ vedi p. 14 e p. 345.
  14. su www.nonsolocarnia.info: Storia di una donna carnica, fra violenza, povertà, aiuto reciproco. Intervista a A., maritata. Prima parte.
  15. Ibidem.
  16. su www.nonsolocarnia.info: Alido Candido, Laura Matelda Puppini. Intervista a gnà Emma. In che volto, a Rigulât … Seconda parte.
  17. Intervista di Alido Candido e Laura Matelda Puppini a Lilia Fruch, 23 aprile 1978, parte riportata anche in: AA.VV., La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, Trieste, 1980, prima edizione, p. 33.
  18. Ivi, p. 26.
  19. Alido Candido, Laura Matelda Puppini. Intervista a gnà Emma. In che volto, a Rigulât …Prima parte.
  20. Ibidem.
  21. “Suffragette: significato del termine e storia dei movimenti femminili”, in: https://www.studenti.it/suffragette.html.
  22. Ivi e John Stuart Mill: pensiero, vita e opere, in: https://sapere.virgilio.it/scuola/superiori/letteratura-storia-filosofia/filosofia-ottocento/mill.
  23. Conosciuta con il cognome del marito cioè come Emmeline Pankhurst.
  24. https://www.bbc.co.uk/history/historic_figures/pankhurst_emmeline.shtml
  25. Richard Pankhurst (politician) – Wikipedia
  26. Ibidem.
  27. The Interesting life of Manchester Mason Richard Pankhurst. | The Provincial Grand Lodge of East Lancashire Website
  28. https://www.tate.org.uk/art/artists/sylvia-pankhurst-18372
  29. Richard Pankhurst (politician) – Wikipedia
  30. https://www.tate.org.uk/art/artists/sylvia-pankhurst-18372; https://www.londonmuseum.org.uk/collections/london-stories/sylvia-pankhurst-suffragette-artist-and-activist/; Sylvia Pankhurst – Wikipedia
  31. https://www.bbc.co.uk/history/historic_figures/pankhurst_emmeline.shtml
  32. Femminismo negli Stati Uniti d’America – Wikipedia
  33. Ibidem.
  34. Ibidem.
  35. https://it.wikipedia.org/wiki/Femminismo_in_Italia
  36. Intervento dell’onorevole Gilda Sportiello riportato da Lorenzo Tosa, in forma video e scritta, sul suo profilo facebook il 6 marzo 2025.
  37. https://www.londonmuseum.org.uk/collections/london-stories/sylvia-pankhurst-suffragette-artist-and-activist/

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Suffragiste al convegno del Partito Repubblicano nel 1920 in Ohio. ed è tratta da: Femminismo negli Stati Uniti d’America – Wikipedia. L.M.P.

 

 

 

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