Riprendo in questo mio articolo a parlare di “Forte Bravetta” come luogo di morte che si vuole trasformare, grazie ai cittadini del quartiere, all’Anpi, al 12° Municipio, a Roma Capitale, all’ I.S.I.S. di via Silvestri e ad alcuni privati in luogo ricreativo, inserito nella bella Valle dei Casali, e culturale. Una mostra è già stata allestita la suo interno, e sono già state fatte visite guidate, grazie agli studenti ed alla Dirigente Scolastica dell’I.S.I.S. di via Silvestri.
Infatti così si legge in un articolo datata 21 settembre 2022: “Gli studenti dell’istituto superiore Via Silvestri 301 diventano i nuovi ciceroni di Forte Bravetta. Obiettivo, restituire anche grazie al loro apporto lo storico manufatto simbolo della Resistenza romana alla città, e valorizzarlo attraverso una mostra permanente e visite guidate arricchite da spettacoli teatrali.
Il protocollo d’intesa è stato firmato mercoledì nella sala delle Bandiere in Campidoglio dal sindaco Roberto Gualtieri, dall’assessora all’Ambiente Sabrina Alfonsi, dalla dirigente scolastica Paola Vigoroso, alla presenza del presidente del Municipio XII, Elio Tomassetti. Il progetto didattico si articola in due parti: da un lato la mostra, composta da 16 pannelli sulla storia, le trasformazioni e le storie di partigiani e antifascisti che proprio a Forte Bravetta sono stati fucilati, dall’altro le visite guidate condotte dagli studenti, che organizzeranno anche rappresentazioni teatrali basate sulle lettere dei condannati a morte.

”Oggi firmiamo con grande gioia un bel progetto per Forte Bravetta, frutto del lavoro condiviso, che realizza un tassello importante di idea di città, concretizza il rapporto tra scuola e territorio valorizzando la memoria di un luogo storico e simbolico, coniugata alla bellezza naturalistica della Valle dei Casali – ha detto il sindaco Gualtieri – È bellissimo che a prendersi cura di Forte Bravetta e ad aiutare i cittadini a conoscerne la storia saranno gli studenti» (1).

Il Sindaco di Roma e la Dirigente Scolastica dell’I.S.I.S. di via Silvestri firmano il protocollo di intesa per la realizzazione del progetto didattico ‘Forte Bravetta, luogo della memoria’ per la valorizzazione del Forte tramite l’organizzazione da parte della scuola di una mostra permanente realizzata dagli studenti con 16 pannelli divulgativi sulla sua storia e le sue trasformazioni, la preparazione di una rappresentazione teatrale con letture di documenti e lettere dei condannati a morte. (https://www.dire.it/21-09-2022/794168-forte-bravetta-torna-alla-citta-ecco-il-progetto-delliis-via-silvestri/).

Ho già dedicato a ‘Forte Bravetta’ due articoli su questo mio www.nonsolocarnia.info, intitolati, rispettivamente: ‘Forte Bravetta: la storia di un impegno civico per salvare un simbolo di morte ma al tempo stesso di resistenza’. e ‘ Le vittime del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato fino all’ 8 settembre 1943, ed altre note sulla politica fascista. Per non dimenticare. Parte prima.’ a cui rimando. Ma in questo primo testo avevo parlato dei combattenti per la lotta di liberazione che persero la vita a Forte Bravetta, nel secondo ho iniziato a parlare di coloro che, vittime del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (2), la persero prima dell’8 settembre 1943, discorso che qui desidero continuare (3). Non tutti forse erano persone di ideali, alcuni erano anche persone che vengono descritte come un po’ pasticcione, ma vennero ritenute dal fascismo, per un motivo o l’altro, pericolosi nemici. Ed anche a loro Augusto Pompeo ha accennato nella sua relazione tenutasi a Roma il 6 aprile 2024.

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Ho già parlato nel secondo articolo sopraccitato, di Michele Della Maggiora, invalido di guerra e affetto dalla tubercolosi, coinvolto nel 1921-22 in scontri armati contro i fascisti, facendo egli parte di una Lega di contadini che contò 4 morti dovuti allo squadrismo di Amerigo Dumini, che nel proprio Paese natio subì scherno, persecuzioni e vessazioni di ogni sorta ad opera dei fascisti locali fino a subire bastonature e minacce di morte; di Vladimir Gortan, nato a Beram nel 1904, contadino, affiliato a Tigr pare, ritenuto colpevole di tentata strage a sfondo politico, giustiziato a Pola; di Ferdinand Bidovec; Fran Marušic; Miloš Zvonimir e Aloizij Valenčič, accusati di fatti gravissimi, ma ritenuti colpevoli: due dell’attentato alla sede triestina di ‘Il Popolo d’ Italia’ altri due di quello al faro di Trieste, e del povero Michele Schirru, che forse aveva solo sognato di attentare al Duce. (4).

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Riprendo da qui questo lungo elenco di arrestati e messi a morte dal fascismo attraverso il Tribunale Speciale , senza che nessuno sappia davvero cosa fecero perché talvolta bastava una punizione esemplare di qualcuno per dare l’idea della potenza del fascismo e del Duce, messi costantemente in pericolo da nemici esterni, senza molto approfondire se gli arrestati fossero davvero colpevoli di quanto a loro ascritto. “Molti nemici molto onore” dicevano allora, e quindi più si trasmetteva al popolo che lo stato fascista ed il Duce avevano dei nemici terrificanti, ma che i loro apparati polizieschi riuscivano anche a catturarli e metterli al muro, più l’immagine del Partito che era lo Stato ne usciva rinforzata, almeno così si credeva. Insomma dietro alcune di queste condanne che dovevano essere esemplari, pare stessero mezze verità e tanta propaganda.
Ma per noi, che veniamo dopo, e vorremmo conoscere davvero la storia di queste persone che fecero una così terribile fine, è difficile capire: perché da un lato esse vengono descritte come feroci banditi e terroristi dal Tribunale che li condannò, dall’altro come dei pasticcioni vittime sacrificali del regime, tranne che nel caso di alcuni sloveni e croati. Inoltre non dimentichiamoci che sotto il fascismo l’uso indiscriminato della tortura era la prassi e quindi, a posteriori, nessuno sa quante azioni uno si sia attribuito purché la smettessero e quante per salvare i compagni che le avevano realizzate.

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Continuo quindi le storie dei condannati a morte, questa volta a Forte Bravetta ed in un caso, Braschi. Dopo il povero Michele Schirru, venivano condannati a morte, con esecuzione eseguita il 17 giugno 1932, Domenico Bovone e Angelo Pellegrino Sbardellotto.

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Domenico Bovone.

La storia di Domenico Bovone, così come viene narrata, è un esempio di quanto ho scritto sopra sulle mezze verità e la grande propaganda. Domenico Bovone era un industriale indebitato e un po’ pasticcione, che fece, accidentalmente, esplodere un ordigno a casa sua che causò la morte di sua madre, e che, quindi, aveva in giacenza materiale esplosivo. E questo è certo, ma non sarebbe bastato assolutamente, in ipotesi, a farlo deferire al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato ed a procurargli la condanna a morte.

Domenico Bovone. Da: https://anppia.it/antifascisti/bovone-domenico/.

Domenico Bovone era nato a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, ed inizialmente era impiegato al silos di Genova. Quindi aveva deciso di mettersi in proprio, creando, a Rivarolo presumibilmente Canavese, una piccola industria di molitura. Ad un certo punto egli, per affari, si recò a Parigi, la culla dell’antifascismo allora, dove conobbe una ballerina austriaca Margherita Blaha di cui si invaghì. E questa storia di condannati a morte senza di fatto un reale avvocato difensore dal T. S. D. S., conta ben due soggetti messi al muro che avevano una storia con una ballerina straniera. Ma può essere solo un caso.

Quindi Bovone, in compagnia della donna, rientrò in Italia, dandosi alla bella vita e dilapidando i suoi averi. Così l’ attività industriale del giovane andò a rotoli ed egli decise di ritornare a Parigi in cerca di fortuna. Qui si avvicinò a ‘Concentrazione Antifascista’, per la quale iniziò ad introdurre clandestinamente in Italia copie del periodico ‘La Libertà’, secondo la documentazione citata da Augusto Pompeo, dietro compenso, fino a accettare di attentare al duce, sempre per motivi venali.

Per condannarlo a morte, comunque, il T.S.D.S. disse che gli era stato promesso, per uccidere Benito Mussolini, un milione di lire e la rappresentanza di una ditta di legname in Jugoslavia, e gli vennero attribuiti altri atti dinamitardi come quelli avvenuti la notte fra il 30 ed il 31 maggio 1931 a Bologna in quattro luoghi diversi della città o quelli avvenuti fra il 16 giugno ed il 31 luglio dello stesso anno a Torino e Genova. (5). Ma era stato proprio lui a far esplodere quelle cariche? Comunque, a parte questo, secondo wikipedia ed il sito dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (6), egli divenne un reale antifascista, seppur tardivamente, nel 1931.

Quello che è certo, come già scritto, è che, per motivi ignoti, il 5 settembre 1931, nella casa dove Domenico Bovone viveva con la madre, una potente carica di esplosivo detonò, portando alla morte la povera Marcella Gatti, ferendo gravemente la sorella del giovane, privando dell’ avambraccio lo stesso Domenico Bovone, e riducendo in macerie l’appartamento. La ricostruzione dell’accusa non solo sostenne che il giovane piemontese voleva, con quell’esplosivo, attentare alla vita del Duce, ma che, a tal fine, egli era andato, quella sera, a prendere una valigia piena di materiale deflagrante proveniente dalla Francia, che poi gli era esploso fra le mani. (7). E all’epoca dei fatti, pare che Bovone si trovasse a Genova, dove stava anche Margherita che, avvisata dal giovane perché fuggisse, corse invece a vedere di lui, sembra, e quindi fu arrestata. Ma può darsi che sia stata seguita ed arrestata senza alcun avviso di quanto accaduto a Domenico.

Presumibilmente dopo i soliti trattamenti atti a far confessare l’imputato, utilizzati dai fascisti, Bovone, in un primo momento reticente, sempre secondo i resoconti dell’ accusa, confessò, riconobbe alcuni esponenti della Concentrazione Antifascista, e ammise di aver ricevuto denaro. Ma fu condannato a morte perché accusato di aver voluto, appunto, attentare al Duce. (8). Resterà quindi, anche in questo caso il dubbio se fosse vero o meno, o se la sua morte sia stata una operazione di facciata atta a far trovare un colpevole in particolare per la morte di un carabiniere, non però voluta, in una delle esplosioni di Bologna, che nessuno sa se fossero state realmente opera sua.

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Angelo Pellegrino Sbardellotto.

Sbardellotto Angelo Pellegrino era nato a Mel (Belluno) il 1° agosto 1907. Operaio – tornitore, giovanissimo, nel 1924, emigrò prima in Francia, poi in Lussemburgo e infine in Belgio. Chiamato alla leva nel  1928 rifiutò di rientrare in Italia per prestare il servizio militare. In una lettera indirizzata alla madre, scrisse di esser diventato anarchico, ma la donna, che forse non sapeva leggere, portò la lettera al parroco ed ad una maestra del paese, che immediatamente avvertirono il Prefetto, facendo così in modo che il giovane venisse iscritto fra i 270 antifascisti più pericolosi del Belgio. (9).

Angelo Pellegrino Sbardellotto. Da: https://www.bellunopress.it/2009/08/29/il-fallito-attentato-a-mussolini-di-angelo-sbardellotto-lanarchico-originario-di-villa-di-villa-fucilato-a-roma-nel-1932/.

Secondo la documentazione processuale, manifestò più volte, nel corso di incontri fra anarchici, dove presumibilmente era inserita una spia, l’idea di attentare alla vita di Benito Mussolini per vendicare la morte di Michele Schirru, anarchico come lui. Per questo motivo, comunque, sempre secondo la stessa fonte, entrò in contatto diretto con rappresentanti di Concentrazione Antifascista a Parigi, che però lo misero in contatto con Emidio Recchioni e Vittorio Cantarelli, ambedue anarchici e residenti: il primo a Londra, il secondo a Bruxelles.

Quindi risulta, sempre dalle carte processuali, che lo Sbardellotto, alla fine di ottobre 1931, in occasione della festa della marcia su Roma, e nella primavera del 1932, per il Natale di Roma, abbia passato due volte il confine italiano, per vedere se gli fosse possibile attentare al duce, ma in entrambi i casi non trovò il luogo ed il momento giusti per agire, e ritornò all’estero. Dopo il primo tentativo, rientrò in Belgio dove, essendo venuta la polizia a conoscenza dei suoi propositi di uccidere Mussolini, lo arrestò per breve tempo e lo sottopose a un regime di stretta osservanza a Sering, vicino a Liegi. Ma poi lo lasciò andare. La seconda volta entrò in Italia con passaporto falso ma, non riuscendo neppure ad avvicinarsi a Mussolini, ritornò all’ estero. (10). Presumibilmente egli era pedinato e poteva venire arrestato in ogni momento ma la polizia fascista preferiva seguirlo per vedere che contatti avesse.

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Rientrato infine una terza volta in Italia il 30 maggio 1932, in occasione della traslazione delle ceneri di Anita Garibaldi a Roma al monumento al Gianicolo, non riuscì nuovamente ad attentare alla vita del Duce. Così Sbardellotto incominciò a girovagare per piazza Venezia dove, il 4 giugno 1932, fu fermato da un agente di polizia. che lo riconobbe. Egli era in possesso di un passaporto svizzero falso, intestato ad Angelo Galvini nato a Bellinzona, ma era privo di permesso di soggiorno. Portato quindi nel vicino Palazzo Bonaparte, venne perquisito e gli furono trovate addosso una pistola ‘ Mab’ e due bombe, 385 lire e 100 marchi tedeschi. Quindi la documentazione dell’accusa dice che egli stesso dichiarò, spontaneamente, di esser venuto a Roma per attentare alla vita del Duce, senza però esser aiutato da altri, ma alla fine fece anche il nome di alcuni fuoriusciti a Parigi, aderenti alla Concentrazione Antifascista. (11). Ma sono noti i metodi addottati negli interrogatori.

Secondo la testimonianza resa dall’anarchico bellunese, chi gli diede il passaporto falso e l’esplosivo, era stato Alberto Tarchiani, facente parte della Concentrazione Antifascista, esule con Ferruccio Parri, poi ambasciatore d’ Italia a Washington dal 1945 al 1954. Ma poi, nel tempo, si venne a sapere che, all’ epoca dei fatti, lo stesso non si trovava a Parigi, come dichiarato dal povero Sbardellotto, ma in Germania. (11).
Così anche lo Sbardellotto venne considerato una persona pericolosissima per aver pensato di poter riuscire ad attentare al Duce, e per questo motivo venne deferito al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, che trattò il suo caso in una sola udienza, condannandolo a morte. La sentenza venne eseguita a Roma a Forte Bravetta, come quella di Bovone, che cadde sotto il plotone di esecuzione alle 5.16, mentre l’anarchico fu giustiziato alle 5.45 del mattino, per aver pensato di attentare a Mussolini.

 

Timbro del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Da: storiaememoriadibologna.it/archivio/organizzazioni/tribunale-speciale-la-difesa-dello-stato

Pare proprio che l’ Ovra ed i fascisti volessero dimostrare che dietro agli attentatori mancati ci fosse la Concentrazione Antifascista, ma nella realtà non pare proprio fosse così.

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Per quanto riguarda il coinvolgimento della Concentrazione Antifascista in possibili attentati al Duce portati a termine da singoli soggetti, Marco Puppini mi ha precisato che, mentre gli anarchici ed altri democratici potevano essere propensi ad azioni individuali contro il Duce, non sostenevano invece questa linea operativa gli appartenenti ai partiti comunista e socialista ed alla Concentrazione Antifascista parigina, che puntavano ad una sollevazione armata del popolo. Ma questi processi stanno ad indicare come la Milizia e le forze di polizia cercassero, attraverso queste storie singole, di trascinare in possibili attentati al Duce anche la Concentrazione antifascista.
E Augusto Pompeo sottolinea nel suo volume come Schirru, Bovone e Sbardellotto fossero stati considerati dai giornali dell’epoca pure dei pericolosi fuoriusciti con contatti all’estero, come tanti che tramavano al soldo di potenza ostili, “giorno e notte”. «La stampa- scrive Pompeo – sottolinea con forza questo aspetto: denuncia un clima di costante ‘congiura’ nei confronti del capo del governo e del fascismo ormai vittorioso, che ha origine e alimento fuori d’ Italia. Soprattutto vuol dimostrare che l’opposizione, ormai costretta all’esilio, no ha altra possibilità e capacità di azione politica se non quella della cospirazione e dell’ attentato. (…). I tre processi assumono il carattere di monito e di esemplarità, al di là della reale pericolosità degli imputati e sono celebrati con grande spettacolarità». (12).

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Ugo Traviglia, spia per i francesi.

Dopo Bovone e Sbardellotto, cadeva sotto il fuoco del plotone di esecuzione, l’11 maggio 1933 a Forte Braschi, condannato a morte dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, Ugo Traviglia, furiere della marina, accusato di essere una spia al soldo del nemico. Ogni stato aveva delle spie e le più temute dal fascismo erano quelle al soldo del ‘Secret intelligence service’ inglese e del ‘Deuxième Service’ francese. E vi erano spie per amore, spie per denaro, spie più convinte. Ma – scrive sempre Augusto Pompeo – la guerra dei servizi, si accese tra queste due nazioni e l’Italia fascista negli anni trenta, ma fu in quel periodo, anche se successivamente alla morte di Traviglia, che lo Stato mussoliniano subì le sanzioni comminategli dal consiglio della Società delle Nazioni per come si era comportata in Africa. Ben 50 stati le approvarono il 18 novembre 1935, anche se poi non tutte le applicarono pedissequamente. (13). Ma fin da quando l’Italia aveva manifestato palesemente i suoi desideri coloniali ed Imperiali, Inghilterra e Francia, che già governavano territori in Africa, avevano iniziato a organizzare un servizio informazioni per conoscere la dislocazione e consistenza delle forze armate, la collocazione delle basi strategiche anche lungo la costa, ed altre informazioni in particolare di carattere militare ed industriale. (14).

E qui si inserisce la storia di Ugo Traviglia. Egli era un maresciallo della Marina Militare che lavorava nella fureria del Ministero della Marina. E come talvolta accadeva, fu contattato da una donna affascinante già al servizio dei francesi: Camilla Agliardi, che pare fosse stata l’amante di suo fratello Franceso. La loro storia viene narrata in un romanzo, che però resta tale, scritto da Lorenzo Del Boca, giornalista e presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, intitolato: “Il segreto di Camilla”. (15). Ma Camilla è esistita davvero, ed era nata a Rezzano nel 1893 (16).

Secondo detto romanzo, che non si sa però quale fondamento storico abbia per alcune informazioni, Camilla Agliardi era, in un primo tempo, l’amante del fratello di Ugo Traviglia, Francesco, dedito al commercio di informazioni con i servizi segreti francesi forse assieme a Camilla. Morto Francesco, la Agliardi si era avvicinata ad Ugo, che sapeva essere in difficoltà economiche per aver ripianato i debiti di famiglia, e lo aveva convinto a prendere il posto del fratello. Così Ugo, forse per amore ma più probabilmente per denaro, secondo l’accusa aveva raccolto informazioni riservatissime che aveva consegnato a Camilla che poi le aveva girate ai Servizi Segreti Francesi. (17). Le attività di controspionaggio, nel caso specifico, vennero condotte dal capitano dei Carabinieri Giovanni Frignani, allora capo del Servizio Informazioni Militare poi passato alla resistenza e ucciso alle Fosse Ardeatine, decorato di medaglia d’oro al valor militare  (18). Pare comunque che egli abbia potuto giungere alla fine dell’ inchiesta grazie ad un delatore, che gli aveva fatto pervenire un biglietto … Ma non si sa se questo particolare appartenga al romanzo od alla realtà.
Alla fine della storia reale, Camilla Algari e Ugo Traviglia furono arrestati e deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Ambedue furono condannanti a morte ma, mentre Ugo fu giustiziato, Camilla ricevette dal re Vittorio Emanuele la trasformazione della pena in ergastolo. (19).

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Ficca Oddo, ladruncolo romano, mandato a morte dalla Corte di Assise.

Il 31 maggio 1939 veniva passato per le armi anche Oddo o Oddino Ficca, pregiudicato trasteverino galvanista, cioè lavorante presso una bottega di doratori e nichelatori di metalli, con più di un furto alle spalle, che era emigrato ad un certo punto in Francia ma per breve tempo. (20). Allora i furti nella capitale erano all’ ordine del giorno, ed il fascismo voleva dare una risposta forte alla situazione creatasi, con pene esemplari anche per la piccola malavita (21) cioè, per capirci, per i cosiddetti ‘ladri di biciclette’. Oddo però utilizzava principalmente macchine rubate per le sue rapine, compiute con uno o più complici, facendo perdere, poi, subito dopo aver realizzato il colpo, le sue tracce e quelle dei suoi amici di attività.
In particolare, prima dell’ arresto, Oddo ed i suoi compari avevano iniziato a derubare i tabacchini di valori bollati che poi rivendevano, e denaro. La mattina dell’ 11 febbraio 1939, essi rapinarono Cesare Capuccini, che aveva la rivendita di sali e tabacchi in San Lorenzo. Ma l’uomo riuscì a vedere che poi il ladro saliva su una auto, guidata da un complice, e fuggiva velocemente. Ed allora era davvero raro che uno possedesse una macchina. L‘esercente si recò allora in Questura a denunciare l’accaduto e la sua denuncia andò a sommarsi ad altre analoghe che si trovavano nell’ ufficio già da tempo. A questo punto il Questore decise di mettere in campo tutte le forze disponibili per cercare di catturare quei ladri motorizzati. (22). Secondo la documentazione visionata da Augusto Pompeo i poliziotti, grazie ad un’automobile imprestata loro, appostati, riuscirono a vedere i ladri mentre compivano un furto di valori bollati e quindi ad arrestarli.
Oddo Ficca invano sostenne di essere un agente dell’ Ufficio delle Imposte di consumo di Montecompatri, esibendo una tessera falsa rilasciata a nome di Nino Cerri. Venne però riconosciuto da un agente, che disse che egli era il pericolosissimo malavitoso Oddo Ficca.

La sedia dove veniva fatti sedere alcuni condannati a morte a forte Bravetta, con la schiena al plotone. Da: http://www.televignole.it/fucilati-forte-bravetta-1/.

Quindi, non si sa se prima o dopo il riconoscimento, pare nel corso della perquisizione personale, egli estrasse una pistola dagli abiti e sparò ad un poliziotto, Sebastiano Campanella, che morì poi in ospedale. (23). Incarcerato a Regina Cieli, il Ficca diede più volte in escandescenze ed iniziò uno sciopero della fame nel tentativo di salvarsi, ma fu considerato sano di mente e la Corte d’ Assise di Roma, in questo caso, non il T.S.D.S. lo condannò a morte senza possibilità di revisione del processo. Così il 31 maggio 1939, Oddo Ficca, ladruncolo trasteverino, finiva davanti al plotone di esecuzione a Forte Bravetta perché qualcuno non gli aveva tolto subito la pistola di dosso, almeno così pare. Ma questo è il secondo caso, (il primo è quello di Michele Schirru), di un arrestato che uccide un agente nel corso di una perquisizione dopo l’arresto, e questo pare un po’ strano. (24).
Inoltre la storia del Ficca indica che, nel 1939, poco prima dell’ entrata in guerra e subito dopo il ‘Patto d’ acciaio’, ormai anche la giustizia normale e non solo il Tribunale Speciale poteva comminare la pena di morte, data al Ficca perché, secondo i giudici, egli aveva dimostrato l’intenzione di uccidere e, in particolare, la volontà di sottrarsi all’arresto con la fuga. Punto, questo, fondamentale per ottenere la massima pena secondo il codice Rocco. (24).

Entrata di Forte Bravetta. Da: http://www.televignole.it/fucilati-forte-bravetta-1/.

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Scarpa Antonio Giuseppe.

Il 6 giugno 1939 veniva eseguita la condanna capitale comminata a Scarpa Antonio Giuseppe nato a Trieste il 29 luglio 1884, ufficiale della Marina Italiana, reo di essere una spia al servizio della Gran Bretagna. Ma vediamo insieme la sua storia. Alla fine del 1935, l’ex commissario della marina da guerra asburgica Rodolfo Koren, nato a Trieste ma residente a Vienna e già al servizio del S.I.S., aveva ricevuto l’incarico di costituire una rete di agenti con lo scopo di fornire informazioni sulla flotta italiana. Per questo scopo egli scelse di rivolgersi ai suoi vecchi compagni che risiedevano in Italia o avevano rapporti personali e di affari nel nostro paese, creando una rete spionistica di tutto rispetto. Il primo agente ad entrare in azione fu Ugo Ritter, ‘Paul’, fiumano, quindi furono reclutati, alla fine del 1936, sia Antonio Giuseppe Scarpa ‘Aldo’, che operò inizialmente a La Spezia, sia Ezio Radossi ‘Gino’, anche lui triestino, che fu inviato a Napoli. Quindi, all’inizio del 1937 entrò a far parte della rete spionistica, pure Walter Treu ‘Herman’, cittadino austriaco, che operò a Napoli, poi a Taranto e successivamente in Sicilia. Infine, nel 1938, fu ingaggiato dal S.I.S. pure Osvaldo Salvini Pawen de Melesburg ‘Theo’, nativo di Bolzano.
La rete spionistica agiva soprattutto nei principali approdi militari e raccoglieva notizie sulle difese portuali; sui movimenti delle truppe destinate a sostenere l’esercito nazionalista in Spagna, dove era in corso la guerra civile; sulle fabbriche di munizioni e sui cantieri militari. Ma ad un certo punto forse qualcuno si accorse di qualcosa, e proprio da Roma partì l’operazione condotta dai carabinieri che portò alla scoperta dell’intera rete e all’arresto di tutti i suoi componenti, a eccezione del suo capo, Rodolfo Koren. Antonio Scarpa, che da cittadino austriaco si era anche distinto in azioni belliche contro l’Italia nel corso della prima guerra mondiale,  fu arrestato, condannato a morte ed alla degradazione essendo un ufficiale della Regia Marina. (25).

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Per ora mi fermo qui, sottolineando come, per il regime fascista, un ladruncolo come Oddo Ficca poteva rappresentare un pericolo al pari di una spia come lo Scarpa, o di un anarchico che aveva affermato di voler uccidere il Duce, senza mai riuscire neppure a tentare di farlo.

Laura Matelda Puppini

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Note.

1) https://www.romatoday.it/zone/monteverde/bravetta/forte-bravetta-mostra-visite-guidate-studenti.html.

2) Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, venne istituito con legge del 25 novembre 1926, n. 2008 e reso operativo con i i regi decreti 12 dicembre 1926, n. 2062 e 13 marzo 1927 n. 313 con il compito di giudicare i delitti contro la sicurezza dello Stato e contro Mussolini che era il Capo del Governo. Durante il regime fascista, il Tribunale speciale ebbe il potere di diffidare, ammonire e condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico. Con la stessa legge di costituzione del tribunale venne reintrodotta, in ambito civile, la pena di morte per alcuni reati a carattere politico. (Per il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, cfr. https://www.anpi.it/libri/il-tribunale-speciale-la-difesa-dello-stato; https://it.wikipedia.org/wiki/Tribunale_speciale_per_la_difesa_dello_Stato_(1926-1943); https://search.acs.beniculturali.it/OpacACS/guida/IT-ACS-AS0001-0003603. In particolare molte informazioni utili si trovano in quest’ ultimo testo, che è riferito a quanto si trova a livello documentario sul Tribunale Speciale presso l’Archivio di Stato di Roma.

3) L’elenco dei giustiziati a Forte Bravetta prima dell’8 settembre 1943 è riportato da Augusto Pompeo sia in: “Forte Bravetta. Una fabbrica di morte dal fascismo al primo dopoguerra”, Odradek ed., 2012, pp. 267-271, sia in: “Roma. Forte Bravetta 1932-1945. Storie Memorie Territorio”, Archivio Storico Culturale del Municipio Roma XVI, seconda ed. 2006, pp. 88-90, che in: ‘Forte Bravetta 1932-1945” di Augusto Pompeo, a cura dell’Anpi di Roma, leggibile online. Per l’inizio della Resistenza in Venezia Giulia, cfr. anche Teodoro Sala, Gorizia 1942: il secondo fronte partigiano al confine orientale nelle relazioni di polizia e dei comandi militari italiani, leggibile digitando: RAV0068570_1973_110-113_10pdf.

4)Cfr. su www.nonsolocarnia.info l’articolo intitolato: Le vittime del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato fino all’ 8 settembre 1943, ed altre note sulla politica fascista. Per non dimenticare. Parte prima.

5) Augusto Pompeo, Forte Bravetta, op. cit., pp. 78-79.

6) https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Bovone, e https://anppia.it/antifascisti/bovone-domenico/.

7) Augusto Pompeo, Forte Bravetta, op. cit., p. 79.

8) Ibidem.

9) https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Pellegrino_Sbardellotto.

10) Augusto Pompeo, Forte Bravetta, op. cit., pp. 79- 80.

11) Ivi., p. 80 e nota 21 a p. 83.

12) Ivi, pp. 80 – 81.

13) Sanzioni economiche all’Italia fascista – Wikipedia

14) Ibidem.

15) https://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2005/08/15/news/camilla-spia-per-amore-negli-anni-del-fascismo-307671/.

16) https://storiainpodcast.focus.it/donne-e-spionaggio/. Esistono due o tre località di nome Rezzano, ma una è in comune di Sestri levante (Genova), un’altra: Rezzano Nicosia si trova in provincia di Pisa, ed un’altra Rezzano è frazione di Carpaneto Piacentino, ma forse trattasi di Rezzato, comune lombardo, dove si ritrova il cognome.

17) https://storiainpodcast.focus.it/donne-e-spionaggio/.

18) https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Frignani ed anche https://www.anpi.it/biografia/giovanni-frignani.

19) https://storiainpodcast.focus.it/donne-e-spionaggio/.

20) Augusto Pompeo, Forte Bravetta, op. cit., p. 42.

21) Ivi, p. 85.

22) Ivi, p. 86 ma anche http://www.cadutipolizia.it/maxgay/condannatiamorte.asp.

23) Augusto Pompeo, Forte Bravetta, op. cit., pp. 86. La guardia colpita e morta poi in ospedale nel tentativo di salvarlo, era Sebastiano Campanella, un siciliano nato a Messina il 6 febbraio 1900, che aveva fatto parte, in precedenza, della Regia Guardia, poi disciolta nel 1922. Quindi era passato a fare il contadino, sua primaria occupazione e, successivamente, nel 1925, quando il Corpo degli Agenti di P.S. era stato ricostruito, si era nuovamente arruolato, passando a frequentare la Scuola Tecnica di Polizia, fu destinato alla Questura di Roma. Per la sua morte gli fu conferita la medaglia d’ argento al Valor Militare alla memoria. (http://www.cadutipolizia.it/maxgay/condannatiamorte.asp).

24) Secondo http://www.cadutipolizia.it/maxgay/condannatiamorte.asp lo sparo era avvenuto nel corso della perquisizione, ed aveva colto di sorpresa, non si sa perché, il Ficca stesso, che però, poi, aveva continuato a sparare. Secondo Augusto Pompeo invece, nel corso della perquisizione, il Ficca aveva estratto una pistola Mauser e deliberatamente sparato all’agente. Per la difesa egli lo aveva fatto perché picchiato brutalmente. Ma, essendo due i casi, ci potrebbero essere anche altre spiegazioni: una pistola estratta da un questurino per intimorire e presa dal catturato o una pistola lasciata senza reale protezione. Insomma non si saprà mai cosa accadde realmente, secondo me.

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L’immagine che accompagna l’articolo è una di quelle che si trovano al suo interno. L.M.P.

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/02/Facciata-ingresso-bw.jpg?fit=1024%2C689&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/02/Facciata-ingresso-bw.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniSTORIARiprendo in questo mio articolo a parlare di “Forte Bravetta” come luogo di morte che si vuole trasformare, grazie ai cittadini del quartiere, all’Anpi, al 12° Municipio, a Roma Capitale, all’ I.S.I.S. di via Silvestri e ad alcuni privati in luogo ricreativo, inserito nella bella Valle dei Casali, e...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI